“Solo gli inquieti sanno com’è difficile sopravvivere alla tempesta e non poter vivere senza”
…non è soltanto un frammento romantico, tratto dal celebre romanzo di Emily Brontë, è una dichiarazione d’identità che suona più che mai attuale. Gli “inquieti” protagonisti di Cime Tempestose, (pubblicato per la prima volta nel 1847) sono coloro che attraversano le crisi, le passioni, le fratture interiori, eppure non sanno rinunciare a quella stessa intensità che li sfinisce. Vivono in bilico tra forza e fragilità, tra desiderio di quiete e bisogno di vento.
Cime tempestose è, da sempre, il loro romanzo. Non perché racconti un amore impossibile, ma perché mette in scena la geografia emotiva dell’essere umano: paesaggi reali e paesaggi interiori che non coincidono mai del tutto. Cathy ed Heathcliff non sono solo due amanti tormentati; sono due mondi che si cercano e si respingono, incapaci di trovare una forma stabile.
Nell’adattamento cinematografico del 2026, Emerald Fennell non tenta di “raccontare” Brontë: la abita. Trasforma la storia in un universo visivo barocco, pop, volutamente eccessivo, dove il vento non è un dettaglio scenico ma un personaggio. È il simbolo di quella tempesta che ci attraversa quando proviamo a conciliare ciò che siamo con ciò che desideriamo essere.
Forse è per questo che Cime tempestose continua a parlarci. Perché dietro la passione c’è la domanda più umana di tutte: come si sopravvive alle proprie contraddizioni. E come si continua a vivere — e a scegliere — nonostante esse. Gli inquieti lo sanno: la tempesta non è solo un ostacolo. È anche il luogo in cui, a volte, ci riconosciamo davvero.
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