Gino Paoli, la nostalgia che si fa racconto vero
“C’era una volta una gatta…” Così inizia una delle canzoni più amate di Gino Paoli, e così potremmo iniziare anche noi, per ricordare un artista che ha trasformato la vita quotidiana in poesia.
In quell’incipit che tutti riconoscono, è racchiuso un mondo di semplicità, di case piccole e vite grandi, di radici che non trattengono ma sostengono.
In quelle parole semplici, quasi infantili, c’è già tutto: la memoria come fondamento silenzioso, non come rimpianto; il valore delle piccole cose; la capacità di guardare indietro senza restare prigionieri del passato.
E forse non è un caso che proprio una gatta, nella vita reale, lo abbia salvato in uno dei suoi momenti più bui, svegliandolo mentre il monossido di carbonio stava riempiendo la stanza. Un dettaglio biografico che non serve a fare leggenda, ma a ricordarci quanto spesso siano le presenze più umili — un animale, una casa modesta, un frammento di quotidianità — a rimetterci in cammino quando tutto sembra fermarsi.
Tra i più grandi cantautori italiani, una carriera lunga oltre oltre 60 anni (dal 1959, anno del debutto, al 2026) Paoli è considerato figura centrale della scuola genovese insieme a Tenco, Lauzi, De André e Bindi. Ha cantato l’amore, la fragilità, la meraviglia, ma soprattutto ha cantato la vita — quella vera, fatta di stanze che non hanno confini quando ci sentiamo amati, di estati che profumano di sale, di gatti che diventano simboli e ‘messaggeri’ di un tempo che non torna ma che continua a nutrirci.
