Lavoro femminile fermo al 57,4%: un divario che frena la competitività

Parità di genere, esperti a confronto alla Camera di commercio dell'Umbria

Parità di genere, esperti a confronto alla Camera di commercio dell'Umbria

Dal convegno della Camera di Commercio dell’Umbria emerge una richiesta chiara: modelli organizzativi nuovi, misurabili e capaci di trattenere il talento femminile

Il mercato del lavoro italiano continua a mostrare un divario di genere profondo:

Numeri che non solo raccontano un problema di equità, ma anche un limite alla competitività del sistema produttivo.

Il convegno: “Competitività significa Parità”

Al Centro Congressi della Camera di Commercio dell’Umbria, istituzioni e imprese hanno discusso come trasformare la parità di genere in un fattore di sviluppo. Il confronto si inserisce nel progetto PAGINA – Parità di Genere in Azienda, promosso da Regione Umbria, Consigliera di Parità e Camera di Commercio, con finanziamento del Ministero del Lavoro.

Il progetto accompagna le imprese verso la Certificazione UNI/PdR 125:2022, lavorando su governance, equità retributiva, gestione HR, genitorialità e conciliazione.

Per il presidente camerale Giorgio Mencaroni, la certificazione è uno strumento utile ma ancora poco diffuso nelle imprese non femminili. Serve “animazione” istituzionale e culturale.

Cosa dicono i dati e cosa serve alle imprese

Il lavoro femminile in Italia resta indietro: solo il 57,4% delle donne è occupato e il divario con gli uomini supera i 9 punti percentuali. Il part‑time, spesso non scelto, riguarda il 30% delle lavoratrici e arriva al 60% tra le madri under 35. Nel biennio 2023–2024, il 70% delle dimissioni volontarie è femminile, segno di una conciliazione ancora troppo fragile.

Le criticità sono note: carichi di cura sbilanciati, segregazione professionale, penalizzazioni legate alla maternità, gender pay gap e modelli organizzativi che non favoriscono inclusione e avanzamento.

Per rispondere a queste fragilità, istituzioni e imprese stanno puntando su strumenti strutturati come il progetto PAGINA e la certificazione UNI/PdR 125:2022, che introduce indicatori misurabili su equità retributiva, carriere, conciliazione, genitorialità e cultura organizzativa. La Regione Umbria sta aggiornando la normativa sulle politiche di genere, mentre a livello nazionale è in arrivo il decreto sulla trasparenza retributiva.

Per le aziende, la certificazione non è solo un requisito formale: migliora governance e processi HR, rafforza la retention, riduce i rischi discriminatori, migliora il clima interno e consente l’accesso a incentivi e premialità fiscali.

Da dove partire? Mappare ruoli e retribuzioni, individuare i gap, introdurre policy di conciliazione, formare manager e HR, avviare il percorso di certificazione e monitorare i risultati con KPI chiari. Un approccio che trasforma la parità in un vero fattore competitivo.

Lavoro e indipendenza economica come diritti

L’assessora regionale Simona Meloni ha annunciato l’aggiornamento della legge regionale sulle politiche di genere e un lavoro con Inps e Inail per rafforzare le tutele.

Modelli organizzativi da ripensare

La Consigliera nazionale Agnese Nadia Canevari ha richiamato la necessità di rivedere i modelli di lavoro per renderli più inclusivi e competitivi. Attesa a giugno l’entrata in vigore del decreto sulla trasparenza retributiva.

Le discriminazioni che persistono

La Consigliera regionale Rosita Garzi ha evidenziato tre nodi:

Motivazioni che spingono le imprese verso la certificazione, insieme ai vantaggi fiscali.

Le imprese che ci stanno riuscendo

L’esperienza di Tarkett Official (Terni) mostra che la certificazione può integrarsi in una cultura aziendale già orientata alla qualità.

Il quadro nazionale

Dal Dipartimento Pari Opportunità arriva un dato rilevante: 12.349 certificazioni già rilasciate, ben oltre l’obiettivo europeo delle 3.000 entro il 2026.

La parità come infrastruttura di sviluppo

Per il segretario generale Federico Sisti, Italia e Umbria sono pronte a un salto di qualità: la parità non è più un tema “sociale”, ma un prerequisito per imprese più produttive e società più sostenibili.

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