Occupazione femminile, la situazione in Italia alla vigilia dell’8 marzo

Aspettando la Giornata Internazionale della Donna

Aspettando la Giornata Internazionale della Donna

Tra salari più bassi, carriere spezzate dalla maternità e precarietà che diventa rischio. Il lavoro delle donne resta un terreno fragile e continua a pagare un prezzo altissimo in termini di sicurezza e diritti. Ecco i dati Eige, Istat, Inps e Anmil che il 6 marzo – alla Camera dei deputati – presenterà lo studio “Donne e precariato: una scelta imposta”

In Europa, la parità di genere resta un traguardo lontano. Il Gender Equality Index 2025 dell’Eige (European Institute for Gender Equality) fotografa un’Unione che procede, ma con un ritmo che non lascia spazio all’ottimismo: serviranno almeno 50 anni per colmare i divari.

Il dato più potente è quasi una metafora: le donne europee devono lavorare 15 mesi e mezzo per guadagnare quanto un uomo in un anno. L’Eige lo chiama ghost quarter, il “trimestre fantasma” di lavoro non retribuito che pesa sulle vite femminili.

E mentre il punteggio complessivo dell’UE si ferma a 63,4 su 100, l’Italia continua a muoversi nella parte bassa della classifica, frenata da un mercato del lavoro che non riesce a liberarsi da vecchie rigidità.

Più occupazione ma l’Italia resta il Paese delle occasioni mancate

Negli ultimi anni l’occupazione femminile italiana è cresciuta, arrivando – secondo i dati Inps 2023 – al 52,5%, con punte del 57% nel 2024. Ma il confronto europeo resta impietoso: la media UE supera il 65%, e il divario con gli uomini italiani oscilla ancora tra i 17 e i 18 punti percentuali.

Il nodo, come sempre, è la maternità. Le donne senza figli lavorano molto più delle madri; e tra le madri giovani, il 60% è costretto al part-time, spesso non per scelta. Le dimissioni volontarie – oltre il 70% femminili – raccontano una realtà in cui conciliare lavoro e famiglia è ancora un percorso a ostacoli.

Sul fronte salariale, il gender pay gap resta un macigno: 8.000 euro in meno all’anno rispetto agli uomini. E più si sale nella gerarchia, più il divario si allarga.

Il livello d’istruzione, fa la differenza ma fino a un certo punto

L’ultimo rapporto Istat–Cnel sull’occupazione femminile, lo dice chiaramente: l’istruzione è il fattore che più riduce le disuguaglianze. Tra le donne con basso titolo di studio il gap occupazionale rispetto agli uomini è di 22,7 punti; tra le laureate scende a 4,1.

Eppure, anche quando studiano di più – e in Italia le donne laureate superano gli uomini – finiscono spesso in settori meno retribuiti: educazione, sanità, servizi alla persona. Le STEM restano un territorio ancora poco esplorato.

Leadership femminile nei ruoli manageriali: a che punto siamo

Negli ultimi anni la presenza femminile nei ruoli manageriali è salita al 34–36%, mentre nei CdA delle società quotate si attesta al 31,5%. Un progresso, certo. Ma ancora troppo legato a norme e quote, e non a un reale cambiamento culturale.

Un’eccezione arriva dal mondo cooperativo, dove le donne rappresentano il 61% degli occupati e hanno maggiore accesso ai ruoli di governance. Un modello che dimostra come, quando si cambia l’architettura del lavoro, cambiano anche le opportunità.

Anmil, quando la precarietà diventa pericolo

Il 6 marzo, alla Camera dei deputati, l’Anmil presenterà lo studio “Donne e precariato: una scelta imposta”. Un titolo che è già una denuncia: molte donne non scelgono il lavoro precario, lo subiscono. E lo subiscono perché il mercato non offre alternative compatibili con la cura, la maternità, la mancanza di tutele.

Lo studio – anticipato dall’associazione – mette in luce un aspetto spesso ignorato: la precarietà femminile aumenta il rischio di infortuni, soprattutto quando si traduce in lavori irregolari, mansioni non adeguatamente formate, turni massacranti.

L’evento sarà dedicato a tre giovani lavoratrici morte sul lavoro:

Le loro madri saranno in sala. Un dettaglio che trasforma i numeri in volti, e i dati in responsabilità collettiva.

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