Il nuovo Osservatorio del Terziario di Manageritalia fotografa un settore che vale ormai il 58% del valore aggiunto nazionale, cresce nei servizi avanzati ma resta frenato da bassa produttività, scarsa managerializzazione e ritardi digitali. Ecco cosa dicono i dati — e cosa manca per fare il salto di qualità
Il terziario non è più “il settore dei servizi”: è l’economia italiana. Sì. perché oggi genera il 58% del valore aggiunto nazionale , contro il 49% del 1995, e continua a crescere grazie a ICT, servizi professionali e turismo. Ma la fotografia scattata dal nuovo Osservatorio del Terziario di Manageritalia racconta anche un’altra verità: il motore c’è, ma non corre come potrebbe
Un settore che cresce, ma non abbastanza velocemente
Tra il 2019 e il 2024:
- Servizi ICT: +21%
- Servizi professionali: +30%
- Export dei servizi: +5,34% nel 2024
Numeri importanti, trainati soprattutto dal turismo, che da solo pesa il 38% dell’export dei servizi. Ma la concentrazione su pochi mercati — Germania, Francia, USA e Regno Unito assorbono oltre il 40% dell’export italiano — espone il sistema a rischi eccessivi.
Occupazione: 16 milioni di addetti, ma l’Italia resta indietro
Nel 2025 il terziario conta oltre 16 milioni di lavoratori . Eppure il tasso di occupazione resta ben sotto la media UE: 62,6% contro 70,4% . Il divario è ancora più evidente per:
- donne, penalizzate da carriere discontinue e scarsa presenza nei ruoli manageriali;
- Sud, dove la crescita dei servizi è più lenta e frammentata.
Il vero nodo: la managerializzazione
Solo il 28% delle imprese italiane raggiunge un livello di intensità digitale molto alta (UE: 38%) . E nelle PMI — che costituiscono la spina dorsale del terziario — la presenza di manager esterni è ancora troppo bassa.
Manageritalia lo ripete da tempo:
- in molte regioni solo il 30% delle PMI ha manager non familiari (contro l’80% dei competitor europei) ;
- nel Lazio oltre il 95% delle imprese ha meno di 10 dipendenti, un nanismo che impedisce di crescere .
La conseguenza? Bassa produttività, poca innovazione, difficoltà ad accedere al credito e un ritardo strutturale nella capacità di competere.
Proprietà intellettuale e IA: un campanello d’allarme
Il dato più preoccupante è il -7% della proprietà intellettuale italiana , proprio mentre la competizione globale sull’intelligenza artificiale accelera.
Un segnale che indica una fragilità culturale: l’Italia innova, ma non protegge abbastanza ciò che crea.
Il “Sense of Italy”: un potenziale ancora sottoutilizzato
Secondo Confcommercio, il saldo export del cosiddetto Sense of Italy — l’integrazione di beni e servizi del meta-brand Italia — vale 140 miliardi di euro . Un patrimonio enorme, che però non si traduce ancora in una strategia industriale coerente.
Cosa serve davvero (e subito)
Dalla tavola rotonda conclusiva dell’evento emergono tre priorità chiare:
- Più manager nelle PMI: non solo per gestire, ma per innovare.
- Investimenti continui in competenze digitali: non corsi spot, ma percorsi strutturati.
- Diversificazione dei mercati esteri: guardare a Far East, Cina e Sud America .
Come ha ricordato Marco Ballarè, presidente di Manageritalia, servono dati solidi e analisi puntuali per prendere decisioni consapevoli . E oggi, più che mai, servono manager capaci di guidare il cambiamento.
- Terziario, il motore nascosto dell’Italia: cresce, innova poco e chiede più manager
- Donne nei cantieri, l’Umbria presenta nuovi dati su sicurezza e inclusione
- “C’era una volta una gatta…”
- Enoturismo: infrastrutture e competenze, i due nodi che limitano lo sviluppo
- Capitale umano, innovazione e nuove alleanze per Umbria Aerospace Cluster
